
voglie che si accendono e sfumano
voglie che è meglio non accendere
voglie che tra il dire e il fare non so cosa si mette di mezzo
cose che si dovevano fare e non si faranno
cose che forse si faranno
voglie che siamo sicuri che siano voglie?
cose che non si sa mai quando, se, come, dove
voglia che se ti infili una parola e mi penetri a fondo, posso sentirla dentro di me, diventare io stessa parola.parola che incide una fessura, ventre che gonfia la parola.
nuovi significati tra le cosce.
voglia.
voglia che mi giro su questo fianco, perchè sull'altro c'è il vuoto
costante senso di privazione, di questo non ho voglia
voglia di mani, prendile e leggimi la giornata
ma, dov'è finita quella voglia?
sono le due e ancora non dormo, ma non ne ho voglia
voglia di una cosa dolce?
no, non ne ho voglia
voglia che avrei ancora voglia
voglia che tutte le volte che il pensiero mi sfiora viene voglia di dire
ti voglio
voglio che forse dovrei dire vorrei?
il dormiveglia diventa una veglia
la veglia delle voglie
?vuoi vedere che
dormo

scusa ma
qui non ci sono mappe, nessuno ti dirà come si raggiungono quei luoghi segreti dove si piove dentro
qui non c'è posto per l'indifferenza del guercio e nemmeno per la cecità dell'odio
qui nè si perde nè si vince
qui non c'è rumore, perchè non serve
qui la pelle profumata e tiepida come una torta di zucchero non è accessibile solo perchè è vicina, va riconosciuta
qui c'è il desiderio delle sorgenti e dei segreti
qui c'è la memoria di un vento che veste
qui c'è un fuoco intorno a cui sedersi, intorno a cui ballare
qui ci si arrende alla carne e al cuore e si sceglie di cadere senza rete
qui non si viene
qui si va, si va in altri luoghi, come quando per un attimo si muore
qui ci si prende in bocca e si combacia.
se attraversi il quasi fiume puoi venire a sederti qui accanto
porta con te le tue mani che stringono un regalo preziosissimo, sufficiente a cambiare tutto
poi apri lentamente le dita, ma con la massima prudenza
solo così niente volerà via.
qui è qui e non altrove.
tutto o niente
bianco o nero
freddo o caldo
zero o uno
un linguaggio mentale senza mezzi termini, nessuna terza via, nessun concetto ambiguo.
come un treno che può solo andare avanti o indietro
se il treno sta fermo non si può parlare di movimento e io di quello parlo.
la televisione è accesa, giusto per ampliare l'interferenza che già c'è tra di noi.mentre resto aggrappata alla parete il tempo mi morde schiena e fianchi.fisso le labbra di un politicante, muove la bocca come fosse una medusa e spiega le sue ragioni.così, mentre aspetto le tue parole, cerco di indovinare le sue.tu passi da un'interferenza all'altra, sempre attraversando vite altrui.metto a fuoco l'inconsistenza dei discorsi ed ecco che arriva il senso di prevedibilità e ripetitività.sgroviglio le gambe e saltellando sul letto mi rifugio, per un tempo che vorrei mi bastasse, al cesso, torno e capisco che non è bastato.sei sempre alla periferia di quel noi e procedi imboccando il tuo senso unico.quella strada che vorresti ampia ma sempre ti starà stretta, ti chiedi cosa cerchi nella vita senza vedere i cerchi della tua vita, inventariando quello che potresti avere se e non quello che potresti perdere se.io oscillo, metà lì e metà lontana anni luce, spazzata a tratti da onde di estraneità.candidamente mi dici parla, parlami.la sola cosa che vorrei dirti, e non dico, è che ascoltare non è una cosa passiva.se lo fosse ci potremmo accontentare di chiunque.invece si parla bene solo con qualcuno che sa ascoltare.perchè per ascoltare è necessario avere la capacità di elaborare le parole che vengono fuori nello steso momento in cui sono pronunciate.e la fottuta l'interruzione va fatta a proposito, in modo che si materializzino sempre strade nuove.altrimenti chi parla tira avanti e quello che dice diventa una noiosa lista di fatti o di pensieri che non possono essere nè ampliati nè approfonditi.le solite cose, insomma.le cose che non portano da nessuna parte, appunto.mi vengono in mente gli analfabeti e le storie che vanno avanti e indietro senza variazioni.districo il groviglio che ormai si è esteso ben oltre le gambe, saltello di nuovo fino alla porta e mi porto via con le mie catene tintinnanti.
si impara a correre tra la memoria e la verità.abbarbicati nella propria razionalità diamo a parole e numeri il senso che vogliamo.rigirandoli così all'infinito.
sembra tutto più grande e i ricordi si fanno piccoli.
sembra tutto più piccolo e i ricordi si fanno grandi.
ossessionati dal concetto di misura quando il mondo ci si offre senza calcolo.
sono andata a dormire in una notte che mi apparteneva e mi sono svegliata in un giorno non mio.
tutte queste righe sono una storia.questa storia è come un luogo, una casa.
una casa abitata da coloro a cui è appartenuta.una casa con delle stanze, delle finestre, una cantina, una soffitta, le porte, le finestre, i pavimenti, i soffitti, e tutti gli spazi inutili.
i muri sono la memoria, i testimoni di questa storia.
ci sono stanze che non fanno altro che ingigantire la sensazione d'essere un cattivo inquilino, un dilettante irrimediabilmente comico, un analfabeta della vita.questa storia ha stanze buie, stanze colorate, alcune vuote, altre svuotate.stanze profumate dove aprendo la porta la musica avvolge e altre dove non si respira e non si vorrebbe più entrare.se la guardi da fuori ti può sembrare di vedere bene la sua forma, ma solo chi la abita ci si può aggirare ad occhi chiusi, sfiorando i muri e riconoscendo ogni angolo.spesso ho avuto la paura che sarebbe crollata, altre volte ho desiderato distruggerla, in alcuni casi chiuderla per sempre e abbandonarla, senza tornarci mai più.
sono state le volte in cui mi vedevo unica inquilina, le volte in cui tenevo gli occhi aperti, alzati verso il soffitto e la luce spostava nell'ombra le cose, i sogni, i volti e le parole togliendo ogni colore, spazzando la scena senza scampo.
ma questa casa esiste nel tempo e i suoi inquilini con lei.